Pages Navigation Menu

Academic & writer

Il Piccolo di Trieste

Il Piccolo di Trieste
La francese Annie Cohen Solal ospite oggi a Trieste per parlare del suo libro edito da Johan & Levi
21 dicembre 2010

di ALESSANDRO MEZZENA LONA A sentirla raccontare da lui, la vita di Leo Castelli sembrava una storia inventata. Uno di quei grandi viaggi che solo la fantasia sa costruire. L’infanzia, la giovinezza trascorse tra Trieste, Vienna e Budaperst. Le origini ebraiche tutte da riscoprire, il matrimonio con la giovanissima, fascinosa e carismatica Ileana Schapira, figlia di un ricco industriale di Bucarest. E poi Parigi, i primi contatti con la pittura, la fuga precipitosa da un’Europa assediata dall’incubo nazista, mentre si era già scatenata la caccia all’ebreo. E ancora, l’arrivo a New York, la scoperta di un nuovo mondo, le prime mostre, l’ingresso nel mito dell’arte contemporanea. Sì, solo un romanzo poteva presumere di contenere in sé tutto questo.

Ma Annie Cohen Solal, che romanziera non è, ha scoperto che per raccontare tutta la vita di Leo Castelli bisogna seguire un’altra via. Ripercorrendo i suoi passi perduti. Andando a ritroso nel tempo. Ascoltando i racconti di cbi l’ha conosciuto. Di chi ha condiviso con lui l’infanzia, la giovinezza, la maturità. E il periodo magico dell’ingresso nel mondo dell’arte, che lo ha portato a diventare un punto di riferimento, una sorta di guru.

Non è stato facile rimettere assieme i frammenti di una vita così ridondante, così importante. L’autrice, nata in Algeria, che aveva già alle spalle una biografia su Sartre, un’esperienza come consigliere culturale all’ambasciata di Francia a New York e un prestigioso percorso universitario a Berlino, Gerusalemme, Parigi, non si è arresa. E dalla ciclopica mole di testimonianze, di interviste inedite raccolte, ha distillato ”Leo & C. Storia di Leo Castelli”, tradotto da Manuela Bertone per la casa editrice Johan & Levi editore (pagg. 463, euro 33). Il volume viene presentato oggi a Trieste. A dialogare alle 17.30 con Annie Cohen Solal, invitata nella Sala Bazlen di Palazzo Gopcevich dall’assessorato alla Cultura del Comune, saranno i critici Marianna Accerboni e Giuliana Carbi, con il contributo di Attilio Codognato, collezionista e amico di Castelli.

La vita di Leo Castelli ha attraversato tante frontiere. E fin dai primi incontri con quello che testardamente continuava a definirsi «un gallerista, non un mercante d’arte», avvenuti a New York sul finire degli anni Ottanta, Annie Cohen Solal s’è convinta che la vita di quell’uomo fosse una sorta di riassunto di una buona parte della storia dell’arte occidentale. Inizia nell’Italia rinascimentale, seguendo le vicissitudibni della famiglia materna dei Castelli a Monte San Savino, prosegue dell’Italia barocca. E annoda poi i suoi fili con la Vienna espressionista, la Bucarest che dà voce ad alcune tra le sperimentazioni più interessanti, trova casa nella Parigi degli espressionisti. E approda a New York nel momento stesso in cui serve qualcuno che valorizzi l’espressionismo astratto, che inventi la pop art. Che capisca gli artisti post-dada, i minimalisti, i concettuali. «Il lascito di generazioni di mercanti e mediatori estremamente abili e accorti, da Monte San Savino a Trieste – scrive Annie Cohen Solal -, spiega in parte la professionalità di Castelli e il suo straordinario talento nel costruirsi una fitta rete di conoscenze e nel promuovere i suoi artisti». Impossibile capire l’uomo, il grande gallerista, insomma, se non si va a rileggere la sua storia.

Annie Cohen Solal parte da lontano. Dalla famiglia materna, i Castelli di Monte San Savino, dai loro commerci, dalle difficoltà di sfuggire ai pregiudizi che, nel corso della Storia, hanno perseguitato gli ebrei. Seguendo il destino di Giacobbe Castelli, che sul finire del 1700 prende la strada che dalla Toscana porta verso Trieste. E proprio in riva all’Adriatico, un bel po’ di tempo dopo, si uniranno le strade di Bianca Castelli e di Ernesto Krausz, figlio di allevatori ungheresi che qui si farà strada diventando una pedina importante nel mondo delle banche. Da quella famiglia, che lascia evaporare le tradizioni ebraiche, che ha deciso di assimilarsi, esce Leo Krausz. Solo quando entreranno in vigore le leggi razziali cambierà il proprio cognome prima in Krausz-Castelli, per poi optare solo per Castelli. Gran lettore di libri, dotato di un fascino contagioso, che il padre indirizzerà verso lo studio della giurisprudenza e a un primo lavoro nel ramo delle assicurazioni. Ma che soltanto il matrimonio con Ileana Schapira strapperà a un destino forse anonimo. Spingendolo, grazie alle notevoli ricchezze del suocero, prima a Parigi, poi a New York.

Da Leo, da quell’uomo curioso, intelligente e brillante, che fino a cinquant’anni sembra chiuso dentro un bozzolo (tanto da farsi soprannominare affettuosamente dal suocero Mihai Schapira «buono a nulla», perché non si turbava assolutemente se era la moglie Ileana a mantenerlo), nel 1957 prende il volo il gallerista che sarà capace di imporre all’attenzione mondiale artisti come Jasper Johns, Bob Rauschenberg, Roy Lichtenstein, James Rosenquist Frank Stella, Cy Twombly. E che invecchierà senza mai farsi soprendere impreparato dalle nuove tendenze. È stato lui, Leo Castelli, a dare spessore ad alcuni miti dell’arte contemporanea. Sempre lui a reinventare le regole del mercato, a rivoluzionare la cultura stessa. Impossibile dimenticare la perfetta regia che portò Rauschenberg a vincere il Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel 1964.

Peccato che proprio Trieste, come ricorda Annie Cohen Solal, abbia chiuso la porta in faccia a Castelli quando lui, premiato con il San Giusto d’oro, pensava di donare alcune importanti opere al museo della sua città. «Niente mercanti nel tempio!», sembra sia stata la parola d’ordine dei suoi detrattori. Tristezze di provincia che hanno mandato in fumo un atteso, importante ritorno a casa. Castelli, a cui hanno reso omaggio i più importanti musei del mondo, dal Moma in giù, ha concluso il suo viaggio terreno il 19 agosto del 1999.
RIPRODUZIONE RISERVATA